Articolo: The Measure of Style
The Measure of Style
Francesca è travolgente. Ma non perché ti stabilizza o ti confonde. Anzi, l’equilibrio, accanto a lei, assume un altro significato. Francesca è travolgente perché è un flusso potente di idee e suggestioni, ma orientate e concrete. Un ossimoro di razionalità e impeto, una ricetta di eleganza e intelletto che è il cuore della sua personalità. Anche il suo stile si muove su due poli che, solo all’apparenza, possono sembrare opposti: grazia femminile e look tendenzialmente mannish.
Francesca è così: operosa - è una brianzola doc ed è fiera di esserlo - veloce, pratica e nonchalant come ogni milanese adottiva, intellettualmente onnivora, curiosa, appassionata. Il suo fisico slanciato e la sua predilezione per look asciutti la portano naturalmente a scegliere capi morbidi, fluidi, con tocchi dal guardaroba maschile. Per lei lo stile è un fatto di eredità. Inizia da una giacca da uomo - quella del nonno, fatta su misura in un panno di lana pregiata - e si traduce in un modo di stare al mondo fatto di misura, essenzialità, determinazione. Un linguaggio di stile che si costruisce nel tempo, non nei trend, dove il vocabolario di Fortela - fatto di heritage, artigianalità e autenticità vissuta - è naturalmente a suo agio.
Noi l’abbiamo intervistata.
Francesca, cosa diresti di te a chi non ti conosce?
Direi che sono nata e cresciuta a Monza, da genitori e nonni monzesi. Sono fieramente una ragazza di provincia, anche se ormai mi sento milanese: ho anche preso casa a Milano, un grande passo nella mia vita. Non vanto un albero genealogico super internazionale: tutta la mia famiglia è di lì. Amo molto Monza per la sua storia complessa e stratificata, dalla genesi celtica e romana al Medioevo di Teodolinda, fino ai fasti di Maria Teresa d’Austria, di Napoleone, della famiglia reale. La Villa Reale è un luogo che adoro: da ragazzina facevo lì lunghe passeggiate. È elegantissima, l’ha progettata il Piermarini, lo stesso architetto della Scala.
Che stile hai?
Sono una classicista. Amo il senso del bello e dell’antico, delle materie e dei luoghi. Sono una fan del genius loci. Ho frequentato a Monza lo storico liceo classico Zucchi, un palazzo ottocentesco di grande fascino, con un heritage che si respira in ogni angolo. Crescere nella bellezza mi ha formata. Anche il verde che circonda Monza - e che a Milano mi manca - mi ha dato vitalità. Il Parco di Monza è il parco cintato più grande d’Europa. Vivere lì mi ha regalato una grande bellezza ma anche un certo mordente, indispensabile per farcela.
Oggi sei Global Brand Relationship Director per una delle più importanti riviste di lifestyle, interiors e cultura. Come sei arrivata a questo traguardo?
La mia vita è andata un po’ per fortuna e un po’ per caso. Mio padre era magistrato e pensavo che avrei fatto l’avvocato, una professione classica. Ma all’ultimo anno di liceo ho capito che non amavo particolarmente scrivere e non ero sicura di sapere già quale lavoro avrei voluto fare per sempre. Mi piace tentare, così mi sono iscritta a Economia in Cattolica, a Milano, per tenermi aperte diverse opzioni. D’estate facevo stage a Londra da McArthurGlen per comprendere realtà e dipartimenti diversi. Lì ho capito che mi piaceva stare a contatto con le persone.
Poi è arrivata l’editoria.
Sì. Mio padre leggeva tantissimo e mi strappava articoli di giornale da leggere. Un giorno sotto uno di questi ho visto una pubblicità di un’idea di talent recruiting in advertising e comunicazione guidata da Franca Sozzani. Pensai che non mi avrebbero mai presa, invece sì. Condé Nast aveva per me un’aura quasi biblica. È stata un’immersione bellissima: un mese di lezioni con nomi come Franca Sozzani, Luca Dini, Ettore Mocchetti, poi incontri con i CEO di grandi brand come Estée Lauder e Chanel. Lì ho capito che amavo la parte relazionale e lo sviluppo del business. Il glamour non nasce da solo: c’è un grande lavoro dietro. Poco dopo sono entrata in una task force per la digitalizzazione di Condé Nast, quando il digital era tutto da costruire. Mi sono buttata. Non ho mai avuto una visione rigidissima del mio percorso: ho seguito le intuizioni.
Che rapporto hai oggi con la moda?
La mia icona, fin da ragazzina, è Giorgio Armani, come spirito guida di eleganza e per la sua storia. Ha fondato l’azienda a 41 anni ed è rimasto coerente. Il mio stile è essenziale: mi sento a mio agio con un abito, una bella camicia, un bel jeans. Nel quotidiano sono pratica. Di giorno amo uno stile minimal, e Fortela in questo è perfetto per me. Nello shooting indosso jeans a vita regular con gamba dritta, una camicia in denim dal taglio maschile con bottoni in madreperla e sopra un maglione color rubino in lana e cashmere. È qualcosa di essenziale che non segue i trend. Tra dieci anni sarà ancora attuale. La sera mi diverto di più con paillettes, stampe e tacchi. D’inverno la mia divisa è pullover in cashmere, suit e New Balance. Ho sempre guardato alle figure maschili.
Cosa ti piace dello stile Fortela?
L’eleganza senza sforzo. È facile, chic, nonchalant. Mi piace perché è pratico: cappotti, camicie di lino, jeans e scarpe che indosso davvero. Amo la donna femminile che si veste un po’ da uomo. In famiglia ho avuto un maestro di stile, mio nonno. È lui la mia vera icona. Quando è mancato ho chiesto le sue giacche. Amava il tailoring, sceglieva tessuti Zegna o Loro Piana e si faceva fare abiti su misura. Ho ereditato quella cura e dedizione. Tutti dicono che la loro icona era la nonna; io dico il nonno.
Com’è nato l’incontro con Fortela?
Ho conosciuto Alessia Giacobino a Parigi, in ascensore, durante la settimana della couture. Mi aveva colpito una sua giacca con frange e gliel’ho detto. Un’amica in comune ci ha presentate e poi Alessia mi ha scritto in DM e mi ha regalato quella giacca. Ci siamo conosciute in un momento scintillante, in viaggio, a Parigi, durante l’alta moda, quando in città c’è un fermento speciale.
C’è qualcosa che accomuna il tuo lavoro allo stile di Fortela?
Sì. Amo il vintage e il modo in cui si può mixare con il presente. Da ragazzina non mi interessavano i trend, ma desideravo qualcosa che fosse solo mio. Nel mio lavoro la storia degli oggetti è fondamentale. Amo recuperare e riusare, anche in casa: posate, vassoi, vasi. C’è una storia che non deve andare perduta. Lo stesso vale per i capi di famiglia: mi piace dire “la giacca di pelle di mio nonno”, non il brand.
Che rapporto hai con il fatto a mano e la ricerca?
Amo ciò che è fatto a mano, anche con le sue lievi imperfezioni che raccontano l’emozione del fare. Non sono una collezionista da mercatini, ma quando mi capita, per esempio in vacanza a Santa Margherita, mi diverto molto. Mi affascina il sapore dell’identità. In Fortela questo è un valore.
Ci sono colori che ami in particolare?
Amo il verde, il verde speranza, anche se non mi sta sempre bene. Forse l’unica nuance che mi dona davvero è il verde bottiglia, che ho indossato alla laurea. Mi piace il burgundy perché fa risaltare gli occhi, e adoro il blu. Tra i look scelti c’è un completo in lino con bermuda e blazer bordeaux, con camicia bianca. Mi piace perché è perfetto per ogni occasione. Alessia conosce donne come me e sa che non abbiamo tempo di cambiarci tre volte al giorno. La sua moda è sempre giusta.
Dove andrai nelle prossime vacanze e cosa metterai in valigia?
Un sogno è Tangeri. Non troppo lontana, con un clima ideale e giardini che vorrei visitare. Ho conosciuto Jasper Conran e non vedo l’ora di vedere Villa Mabrouka. In valigia metterò completi in lino, camicie e jeans Fortela, giacche sfrangiate in lana e cashmere, una bella cintura. Scarpe basse, magari sneakers, e le mie Chanel meduse. La scarpa da smoking è la mia signature.












